capisco che arrivare al ferramenta e farsi un duplicato delle chiavi è uno sbattimento per tutti, d'accordo..

ma proprio le mie ti dovevi fregare?

confucio-ne maggio 30, 2005 11:01 in
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mm...

nottataccia...

birra & affini...

devo fare doccia..

io devo.. fare doccia..

fatti la doccia cazzo...

tutti stì puntini. mi ha contagiato elle,

o sono solo un po' rincoglionito??

emiglia, arriviamo.

confucio-ne maggio 29, 2005 07:32 in
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appena svegliato... stanno per arrivare gli altri bloggers. per fortuna tutte le strade portano a bologna, odio i treni e ho paura dell'aereo. se potessi viaggerei unicamente in macchina o a piedi. ma abito a bologna. io e bandini li becchiamo in montagnola alle 11.

confucio-ne maggio 28, 2005 09:45 in
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Ma ottobre è arrivato ancora, è di nuovo qua col suo sorriso vigliacco che promette molto e regala poco ; è di nuovo qua con l’ortica tra i denti pronto a baciarmi sulla bocca, è qua con i bisogni dei cani sparsi e strusciati sul marciapiede. È di nuovo alla stazione come tutti gli altri a farsi beffe della mia condizione svogliatamente tragica, a salutare il mio ritorno a Bologna con una ingloriosa salva di ventate gelide mentre fuori dal finestrino piove duro. Guardo di sfuggita tutto lo scompartimento, fisso per un secondo i miei occhi nello specchio sopra il sedile di mezzo e metto in moto un inutile meccanismo, una sorta di flusso di coscienza incontrollabile ed asintotico.

Bum.

Mi smarrisco e perdo la mia posizione. E allora che faccio, penso, prendo la valigia semichiusa e scavalco la signora lato corridoio che tanto scende a Milano, o almeno questo è quanto mi ripeto quando mi accorgo che mi sta guardando malissimo, e corro, inizio a correre per saltare in braccio alla morte, per farle vedere che non temo, che non sono più soltanto uno scimmione, che sono pronto, che sono pronto cazzo, che..

Scendo dal treno e involontariamente mi battezzo con un segno della croce volontario, o viceversa perché non lo so ancora ; mi guardo attorno vergognoso e scappo via a prendere il bus sotto una pioggia che rende abbastanza coreografica la situazione e fa sembrare meno osceno perfino il mio naso, e posso far finta che non coli perché piove, posso fingere che nel suo mezzo metro di estensione ci sia una ragione, e sotto questa benedetta pioggia anche io ho una motivazione, sono un emigrante, un cavaliere, un protagonista, sotto la pioggia posso indossare il mio impermeabile e sotto l’impermeabile porto una pistola, o una spada, e dietro le armi posso sentire il mio cuore battere un po’ più deciso, perché tanto ormai sono a Bologna, e nulla più può fermarmi. Ormai sono a Bologna, e nulla più può fermarmi.

Ormai sono a Bologna, e nulla più può fermarmi.

Ora non ci sono più mezzi termini, lo scontro è definitivo e pulsante, sì, lo è ; ormai le mie tempie sono al lavoro e il mio corpo è una locomotiva sul punto di esplodere, una molotov che cade dal 4° piano, un fuoco, una carica, un grido. Ho aspettato il momento adatto, lasciando che mi mordessero per vedere se ero ancora vivo e rimanendo fermo per confonderli ; ho schivato i colpi più bassi e ne ho assestato anche io qualcuno, a tradimento, dritto sui denti. Ma adesso non c’è più tecnica, non c’è più arte né pastura : si tratta solo di dare ascolto alla voce. Solo di prestare orecchio a quella maledetta voce che ho sempre evitato di ascoltare e che ogni volta aveva indovinato, smentito, predetto. Oggi è di nuovo nelle mie orecchie quella voce, e da qualche tempo come come una vecchia radio detta ancora la verità, quella verità che raramente viene incamerata dalle mie trombe di Eustachio e finisce per essere imbrigliata da qualche tuba di Falloppio di troppo, e allora spesso mi avvicino per sentire meglio, e non è poi così male. Non sono poi così male.

Donne. Puoi inumidirle col suono della voce o stordirle con un semplice movimento del bacino. Puoi elevarle al rango di stelle o puoi lasciarle cadere, da sole, nella fossa che si scavano, da sole, pensando di essere orgogliose e vincenti. Da sole. Donne. Puoi colmarle di attenzioni, respirare il loro respiro e mangiare i loro corpi, puoi abbracciarle e credere nella comunione totale per un intero secondo, puoi baciarne le palpebre e godere della loro cecità o della loro vista. Soltanto per quello che sono. Donne. Puoi scacciarle sperando di non rivederle mai più, puoi chiamarle amore o troie o tutte e due le cose assieme specie in un momento di estro sessuale, di autoesaltazione, mentre con una mano sul loro collo e l’altra sul fianco accompagni ritmicamente la natura nella direzione che vuoi tu. Donne. Quest’anno ne starò alla larga.

Già, me lo sono ripromesso. Niente ragazze, niente follia : niente da fare. Non mollerò proprio ora. Basta con Serena, basta con Laura, basta con Yudy e con la cucina etnica, basta dover scegliere se comprare detersivo o preservativi anallergici perché è fine mese e i soldi non mi bastano più, basta con Natalie, basta, basta con i glutei e le guance, con il fard, il rossetto e quelle improponibili gonne a girococca. Basta con Marcella e gli occhi verdi e la pelle bianca. Basta anche con le sbronze e con i funerali per amori mai nati, basta con i tradimenti che non ho mai elargito ma che ho ingoiato a manciate, basta con gli amici pronti a consolarti aspettando che venga il loro turno di essere consolati, basta cazzo, basta. Basta perfino con i rimorsi, con le strette al cuore e i pianti, basta con le erezioni postume e con le eiaculazioni precoci e le scuse, basta con gli addominali, basta con le mani tra i capelli e con il respiro fiacco, con gli occhi gonfi e con le cazziate da parte dei miei. Basta allora, basta. Un anno intero senza complicazioni, un anno per dare una svolta alla mia vita e per trionfare unico e solo sul destino, sul caso, sulla fatalità che mi ha sempre lasciato sconfitto e solitario.

Prendo il 21 per andare a casa. Si tratta solo di afferrare la marea giusta. Andrà tutto liscio. Salendo urto il seno di una signora in sovrappeso e lei mi manifesta il suo grosso disappunto sbattendo due volte il tacco per terra ; accendo il walkman e mi siedo su uno dei sedili arancioni mentre l'autista fa un paio di finte studiate e poi riparte sul serio. Alzo gli occhi al cielo ed improvvisamente mi rendo conto che la verità è l'apice di una parabola, e non fai in tempo a vederla che un istante dopo è già un ricordo, e fa più caldo di prima nella sauna dell'autobus, e a parole non si può spiegare e a te non resta che rimbalzare ancora senza cercare di attutire l'impatto, senza cercare di ridurre i danni. Così ogni volta che soffri diventi più consapevole fino a quando la consapevolezza ti bracca e ti stordisce perfino per strada, ti toglie il fiato e tu continui a respirare, ti toglie la fame ma tu perseveri e ingoi cibo, in attesa di un nuovo tonfo o di un nuovo scorcio di luce, fino a quando anche quello perde di significato e ti ritrovi punto e a capo al principio di un nuovo
stadio evolutivo.

Bum.

Torno in me e soppeso con le sopracciglia i pedoni che attraversano la strada, sbircio un paio di sederi prima di accorgermi che sono maschili e poi mi butto nella contemplazione diretta del traffico, e annuso la dignità del barbone che si fa largo tra le macchine in fila al semaforo, e ho un lieve conato di vomito bloccato sul nascere da un insolito, inspiegabile, odore di salsedine. Salsedine, ad ottobre. A Bologna. Sopra un autobus. Un ennesimo errore del sistema, mi dico. Un attimo dopo giuro a me stesso di non guardare più film di fantapolitica e di abbonarmi al Guerin Sportivo, di dimenticare ¾ delle cose che so e di iniziare (ricominciare) a vivere come un umano qualunque, senza preoccuparmi di quanto siano larghi i binari del treno, e di quanti pallet possa caricare un container, e di quanti container possa caricare una nave da trasporto, e del perchè mi domando tutto questo.

Il caldo irreale che c'è dentro l'autobus scazzotta violentemente il mio fisico distrutto dal viaggio, e catalizza una prima reazione involontaria dovuta al DNA trasformante che circola nella saporita aria urbana color monossido. Ristabilisco un paio di relazioni d'ordine e decido che comprerò dei jeans nuovi non appena avrò dei soldi da buttare ; mi annuso le spalle e definisco un nuovo concetto di sudore mentre raccolgo la valigia e mi avvio alla porta. Ancora due fermate e ci sono, poi saranno soltanto dettagli. Una ragazza stile dark sale sul bus in compagnia di un cane di piccola taglia, un maltese credo, oppure un cucciolo un po' denutrito di Basset Fauve de Bretagne. Preferisco pensare che sia un maltese, forse perchè tempo fa ho letto su una rivista che la maggior parte della gente crede che questi cani siano originari dell'isola di Malta, quando invece provengono quasi certamente da Melita, in Sicilia. La gente pensa sempre cose stupide. È ovvio che è un maltese. La ragazza porta degli stivali di cuoio, una gonna (ascellare) nera e una maglietta, nera anche quella, con la scritta “NOT GOD BUT SATAN” che risalta in viola acceso. Distrattamente mi soffermo sui suoi polpacci e risalgo fino all'incavo delle cosce, poi mi accorgo che mi sta fissando e mi calo nella migliore interpretazione di un Humphrey Bogart annoiato e neanche
vagamente interessato, sbuffo un po' e mi metto a guardare la zip dei miei pantaloni che nel frattempo si è avvicinata al mio naso di qualche impercettibile millimetro. Ma la mia interpretazione è davvero perfetta, lei ci casca, molla il cane a terra e si avvicina. Soltanto quando è a due passi da me noto che ha i capelli rossi (tinti) e mi scappa un sorriso senza motivo mentre lei si avvicina e somiglia sempre di più a Mary Jane Watson. Mary Jane Watson, la fidanzata dell'UomoRagno. La mia fermata è la prossima.

<< Bel cane >> dico io.
<< Grazie >> risponde lei, e si passa una mano tra i capelli di rame, fissandomi la zip.

La conversazione langue e faccio per accarezzare il cane, che per tutta risposta mi scansa la mano e inizia a darsi da fare con i miei pantaloni. Avrò davvero bisogno di quei jeans nuovi, adesso. La tipa lo scaccia via con un calcetto ben assestato, il cane molla uno stronzo di media grandezza per l'emozione e la ragazza sbotta a ridere di gusto, e così facendo mette in mostra una dentatura che definire bianca è un eufemismo, che al confronto la neve puzza di fumo, che sarei pronto a giurare d'averla già vista in qualche fumetto manga, lei e i suoi canini così aguzzi e sospettosamente candidi.

Mi chiede scusa e io uccido sul nascere la battuta <<veramente credevo fosse stato il cane>> mordendomi la lingua con gli incisivi e farfugliando un << ..figurati >> di circostanza ; stringo la valigia, premo il bottone per prenotare la fermata e l'autista autistico come per una sorta di stimolo orofecale mai superato molla una frenata allucinante facendomi finire praticamente sopra la darkettona, con sospetta frattura di un paio di costole del maltese (è sicuramente un maltese, confermo) che guaisce come se lo stessero scannando. Salto giù, mi volto verso la rossa che a occhio e croce è clitoridea e le chiedo, al volo

<< Come ti chiami? >>

ma le porte si chiudono e lei non riesce a sentirmi e si avvicina al vetro con la faccia. Allora butto la valigia a terra e inseguo il bus che riparte con lentezza studiata e sforzandomi di mantenere un aspetto decente disarticolo la bocca per sillabare meglio la domanda afona :

<< Come ti chiami? >> ripeto così senza l'ausilio della voce.

Dall'altra parte del vetro vedo un visetto smarrito che di colpo si colora di sicurezza e un paio di labbra che non me la sento di descrivere che scandiscono lentissimamente il nome << C-LA-U-D-I-A >>.

Claudia. Sorrido, torno sui miei passi e recupero la valigia. Ci rivedremo, Claudia. Sicuro, Claudia. Magari una notte verrai inseguita da 3 sconosciuti e per puro caso mi incontrerai all'angolo di una strada buia e solitaria, e allora ti ricorderai di me, e allora non ci sarà bisogno di parole perchè capirò tutto al volo e tirerò fuori il bokken dall'impermeabile per difenderti, anche se ho promesso al mio maestro di non usare la mia arte fuori dal dojo. Infrangerò la promessa che ho fatto al maestro sul letto di morte, Claudia, ma lo farò per amore, lo farò per te, e la profezia e tutto il resto. I primi due li colpirò alle gambe e si daranno subito ad una fuga precipitosa ; il terzo, il più grosso, il più cattivo, il più pericoloso mi disarmerà con un colpo fortunato e mi toccherà vedermela a mani nude, uno contro uno. Chiuderò gli occhi e bloccherò il suo polso a mezz'aria con la mia mano sinistra, glielo girerò dietro la schiena e gli pianterò la faccia nel cemento. Chiederà pietà esattamente un attimo prima di svenire. Neanche Myamoto Musahi potrebbe fare di meglio. Poi sarà il momento della gratitudine e del premio per l'eroe, Claudia. Ma non ora. Ora devo andare a casa a disfare la valigia sennò i sughi pronti che mi sono riportato da casa si scongelano e al telefono non avrei il coraggio di confessarlo a mia madre, che ci tiene tanto a che il suo bambino mangi cose sane. Non ora, Claudia. Ora devo correre e infilarmi sotto il getto tiepido della doccia e lavarmi via l'odore delle FS, la puzza del treno della speranza, dell'ennesimo l'intercity che mi ha sballottato per 350 km e poi mi ha scaricato a Bologna, nel bel mezzo di una guerra psicologica tutta personale. Apro il portone, scanso l'ascensore, mi carico alla meglio la valigia sulla mia spalla abruzzese, mancina e in disuso, e inizio a salire le scale col sorriso ebete di chi ha appena compiuto la sua leggenda personale. Un'altra porta, un altro ostacolo, un altro limite da superare. Infilo la chiave, spingo deciso, e mi ritrovo in casa mia. Da solo, ad ottobre.

Mi riapproprio della mia stanza quando d'un tratto l'idea della doccia è meno fluida ed appetibile e ho appena il tempo di riporre nel freezer i sughi pronti che mi ritrovo sul letto a fissare il vuoto, a fissare il soffitto cangiante che d'un tratto cambia colore e diventa blu, marrone, e infine nero. E allora, soltanto allora, proprio in quel preciso istante capisco che mi sono addormentato con la valigia da disfare, e con i vestiti ancora addosso. Sogno una figura strana. Claudia. No, non è Claudia.

È il suo cane. Ma per fortuna al risveglio non ricorderò niente.

confucio-ne maggio 19, 2005 13:03 in
commenti (9)

ummarònn

Questa è più o meno la faccia che ho in questo momento, capito?

confucio-ne maggio 12, 2005 23:23 in
commenti (3)

quella s'è messa col tipo con cui t'ha messo le corna...

quell'altra si scopa un tedesco, laggiù, in india...

di quella lì non sai nulla...

cosa, lì, è tornata in colombia, almeno credo...

e l'ultima, mi ha già dimenticato.

sentimentalmente parlando, sono un fallimento.

bha.

confucio-ne maggio 10, 2005 20:22 in
commenti (2)

enrico fiabeschi, personaggio di andrea pazienza

Bologna quando piove è come nei fumetti.

confucio-ne maggio 05, 2005 15:17 in
commenti (5)

La mia nuova auto :-)

confucio-ne maggio 02, 2005 17:37 in
commenti (11)

Silvio c’è… ma a me me lo puppa!

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